Route in Terra Santa
Normali o diversi? Intro…
E’ passato ormai più di un mese dall’esperienza che ho vissuto con la comunità di clan in Terra Santa; è stupefaciente come da un’esperienza del genere mi ero aspettato tutt’altro di quanto ho ottenuto. Non per questo è stata negativa; da essa ho acquisito un po’ di esperienza, tanto da capire qualche cosa del conflitto e in generale che idee circolano nelle persone che lì sono normali, come siamo normali qui noi.
Illuminazione? Vista della pace?
Qualcuno potrebbe pensare che chi è stato in Terra Santa sia stato in qualche modo “illuminato” da una rivelazione divina (come in “7 km da Gerusalemme“); in realtà è stato talmente tanto lo stupore delle contraddizioni presenti là che l’unica cosa che accadeva davvero alla mia mente è stata l’entrata in uno stato confusionale in cui avevo come la sensazione di capire, ma di non capire che cosa avevo capito (è confusionale; non ci si aspettava una risposta sensata, no?)
Bisogna smentire anche chi crede di avere in serbo nel cuore la soluzione per la pace; colui che dice “si dovrebbe fare così per avere la pace” non ha fatto sicuramente i conti con le varie contraddizioni e ideologie presenti nella popolazione; nonché pregiudizi e rivendicazioni promesse l’uno all’altro.
Un oasi di pace per tutte le tradizioni
Una linea guida molto importante ci è stata data il primo giorno dal rappresentate di Wahat As-Salam/Neveh Shalom (in arabo e ebraico: oasi di pace); per lui la pace si raggiungeva in questo modo: dialogando tra le due parti e facendo in modo tale da non cambiare l’altro ma cambiare se stessi e eliminare i propri pregiudizi verso l’altro. Per questo nel villaggio che lui rappresentava convivono ebrei e arabi senza conflitti ma cercando di dialogare il più possibile; i bambini vengono educati insieme tra arabi e ebrei e con lo stesso tipo di istruzione (un’istruzione imparziale, a differenza di quella israeliana o palestinese). Il messaggio di come superare i conflitti ci è stato passato attraverso un lavoro in gruppi sui conflitti. Di bello in quel luogo c’è stata la “stanza del silenzio”, una casupola ovoidea in cui tutti i rumori erano amplificati ma quando ci fosse stato silenzo non si sarebbe sentito nessun rumore esterno.
Gerico, il primo contatto col “mondo” palestinese
Il vero contatto con le persone e gli abitanti è stato in seguito, arrivati a Gerico, dopo aver oltrepassato il confine tra Israele e Territori occupati, segnato dal muro che si dilunga sul territorio in modo strategico tagliando a Gerico (anche per mezzo di un fossato) tutte le comunicazioni con l’esterno. A Gerico, città costruita attorno a una fonte e storicamente oasi nel deserto, siamo stati accolti dal sacerdote della piccola Chiesa che c’è lì, di cui fanno parte i membri del gruppo scout locale. In quel luogo abbiamo dormito presso le famiglie degli scout e abbiamo capito di più su come vivano lì. C’era una sorta di spensieratezza, che loro ci trasmettevano coi loro balli, le loro suonate di cornamusa, le partite a pallacanestro, a calcetto, i giochi insieme e, non meno importanti, le fumate di narghilè
; c’era anche un’atmosfera particolare, che Raul e io, ospiti della stessa famiglia, abbiamo potuto respirare girando la sera col nostro ospite e anche la sera dopo con un altro ragazzo che ci ha fatto fare un giro in macchina; un’atmosfera indescrivibile e completamente diversa dalla nostra; una città movimentata con personaggi particolari, piccoli alimentari, bambini che offrono caramelle… e poi gli altoparlanti sui minareti delle moschee da cui si sente salire il canto del muezzin.
Ci ha raccontato il nostro ospite che lui distribuisce giornali alla mattina: si sveglia prestissimo e guadagna pochissimo: una cosa come 3 o 4 euro all’ora… Lui ha un pass con cui può andare in Giordania ma non può andare a Gerusalemme: per quello ci vuole un permesso specifico.
Da Gerico ci saremmo mossi la sera del terzo giorno per andare nel deserto; prima però c’è stata la visita un giorno al monastero della quarantena e il giorno dopo a Qumran —serie di grotte dove sono state ritrovate tavole con scritti risalenti all’antichità concernenti la Bibbia— ; poi abbiamo fatto il bagno nel Mar Morto, prima di inoltrarci nel deserto partendo da Gerico con meta il punto panoramico a qualche chilometro da Betlemme.
Mar morto!
Il mar morto è un mare chiuso e ricco di sale, famoso anche per i suoi fanghi e si sta pian piano ritirando. La sua ricchezza di sali ne rende l’acqua dotata di molta spinta di Archimede: si galleggia molto facilmente e c’è addirittura la possibilità di ribaltarsi xD; io che non so nuotare benissimo ho trovato ancora peggiore quella situazione e mi limitavo a stare a candela senza muovere un muscolo tranne le mani per muovermi di poco… tra l’altro era rischioso per gli occhi stare lì dentro… insomma si è completamente vincolati!!!
Il canyon “Wadi”: il deserto.
Alla sera abbiamo salutato gli abitanti di Gerico e ci siamo incamminati verso il deserto (che in realtà lì è un canyon che viene chiamato “wadi” in arabo). Dal confine delle zone abitate col deserto abbiamo camminato ognuno per conto suo meditando delle frasi appena lette e un brano di vangelo. La meta era un monastero ortodosso (“San Giorgio Kotziba” mi pare fosse il nome) e purtroppo ha iniziato a fare buio proprio mentre lo stavamo raggiungendo. Gli ultimi sono arrivati là a sole tramontato dietro le pareti di questo canyon. Lungo la strada siamo stati seguiti da due pastori beduini di cui sospettavamo le intenzioni ma che alla fine si sono rivelati amici. Il monastero era ortodosso: i monaci ci hanno permesso di dormire nel loro giardino e di accendere il fuoco ma non ci hanno lasciato entrare; inoltre addirittura, sospettando di noi evidentemente, ci hanno offerto sì la loro acqua ma calando le taniche dalle mura! Insomma uno strano comportamento che però ci ha permesso di avere acqua per la notte.
La notte nel deserto
La notte nel deserto è stata calda e abbastanza intimorente, nonostante per prima cosa avessimo deciso che 8 di noi si sarebbero dati due turni per stare a controllare il fuoco e i beduini avessero deciso di vegliarci. Infatti molti di noi temevano ci fossero serpenti e bestie; poi c’erano dei cani che ululavano. A un certo punto della notte un ramo caduto nel fuoco con un crepitìo ha svegliato uno di noi che ha iniziato a urlare. Allora chi era di sentinella ha visto gente alzarsi e urlare, oppure cercare il “nemico tra noi”
; una delle ragazze si stava persino buttando dal muretto, gesto che le avrebbe fatto fare un salto di tre o quattro metri ![]()
La mattina alla fine è arrivata; i beduini ci hanno anche preparato il tè e il caffè con un metodo tutto loro perché avevano dimenticato le pentoline al paese: hanno usato le bottigliette di plastica buttandole piene d’acqua nella brace… Risultato: non si sono sciolte e l’acqua è diventata rovente!!! Certe cose succedono solo tra Gerusalemme e Gerico in effetti…
Lungo il deserto verso Betlemme
Alla mattina presto siamo ripartiti per percorrere la strada romana che porta lungo un acquedotto sempre di epoca romana verso Betlemme. Inizialmente la strada è stata tranquilla e il sole sopportabile. Già alle 10 di mattina si sentiva il sole battere forte. A un certo punto la strada è diventata poco segnata e ci siamo alzati un po’ per poi riscendere; a volte si rischiava di cadere e lì mi sono sentito un po’ a disagio essendo il terreno non molto simile a quello delle nostre montagne. In ogni caso siamo riusciti a passare quella parte anche in discesa, tranne una piccola disavventura che è capitata solo a me: facendo a un certo punto una piccola deviazione mi sono ritrovato dentro a un gruppo di vesponi che hanno iniziato a pungermi; mi sono ritrovato con 2 ore di strada da percorrere con 5 punture di vespa sulla schiena… E’ stato strano perché hanno iniziato a fare male dopo 1 oretta, ma un male forte… bruciava tutto, come se avessi avuto degli spilloni conficcati in alcuni punti. Ho concluso: “Sarà un segno che devo portare la mia croce!
” e sono ripartito desideroso di arrivare a destinazione.
L’ultimo pezzo di strada, dopo il riposo a una fonte dove ci siamo bagnati e abbeverati, è stato difficile: il sole batteva fortissimo e sembrava che quella salita non finisse più. Lo spettacolo dal punto panoramico là in alto è stato stupendo. Si vedeva tutto il deserto con quelle colline e promontori interamente coperti di rocce marroni chiare, con sporadiche spruzzate di verde. In quel punto, dopo aver comprato la classica kefiah da regalare alla mia ragazza, ci è venuto a predere il pullman che ci ha condotti a Betlemme, al luogo del campo estivo degli scout ortodossi.
Betlemme, gli scout ortodossi
Lì abbiamo notato sia l’ospitalità sia le tradizioni degli scout palestinesi; degli scout meno mondani e più esploratori di quelli di Gerico… Il loro campo estivo è simile al nostro ma molto più cerimonioso; gli avvenimenti come l’alza e l’ammaina bandiera o la marcia dell’ultimo giorno di campo prima della festa finale sono stati eseguiti con stile e rigore quasi militare. La festa finale invece è stata molto occidentale; abbiamo ballato musica da discoteca!
. Sono molto bravi a suonare tamburi e bonghi, a ballare le loro danze e a cantare accompagnati dal ritmo della musica; le loro presentazioni sono state tutte cantate e non c’era un attimo in cui qualcuno non cantasse o ballasse! Le loro tende sono meno complesse delle nostre; di notte usano dei materassi per dormire al campo. La loro sfortuna ma comodità è l’essere obbligati a fare il campo nel loro stesso paese: questo gli permette di fare la doccia e usare i servizi igienici principali a casa. Quelle due notti a Betlemme abbiamo dormito prima in tenda nel loro campo, poi su una terrazza della casa di una loro capo reparto, degna di Aladdin e Jasmine! C’era la vista sulla città e il paesaggio era orientale.
Incontri a Betlemme
A Betlemme abbiamo visitato e ascoltato la messa di Don Francesco alla basilica della Natività; abbiamo inoltre fatto due incontri: uno al campo profughi Deisha e un altro al Charitas Baby Hospital.
Spiegare tutto ciò che abbiamo fatto è complicatissimo, ma ci proverò lo stesso.
Al campo profughi abbiamo incontrato un rappresentante che ci ha spiegato che cos’è quel luogo: lì vivono palestinesi che non sono integrati nella società di Betlemme (che è comunque in territorio palestinese); vivono quindi in questo complesso di edifici costruiti con rigore arabo ma verso l’alto; il problema è lo spazio che è insufficiente e la cedevolezza di strutture non costruite inizialmente per ospitare così tanti piani di appartamentini. Del campo profughi chi ha sufficienti soldi può lasciare il luogo comprando altri terreni. Queste persone sono quelle che hanno scelto di non accettare lo Stato di Israele e fuggire al di là del confine. Infatti fanno parte del territorio occupato; essi però hanno un sistema politico indipendenti e non vengono riconosciuti cittadini palestinesi. Abbiamo inoltre incontrato una famiglia che abita insieme a un’altra (in tutto 10 persone) in una casa con due stanzoni, un angolo cottura e un bagno; tutto in condizioni igieniche molto brutte e con il rischio di malattie dovute all’umidità. La loro vera casa è stata distrutta dall’esercito israeliano forte di una legge militare che lo stesso Israele ha prodotto (per avere quella casa ci vorrebbero permessi ma per questa famiglia è impossibile ottenerli vista la situazione di impedimento sul passaggio dei confini). Nel territorio di Betlemme e del campo profughi sono presenti anche dei villaggi costruiti dai colòni israeliani che escono da Israele insediando parte dei territori occupati e prendendone il controllo, costruendoci piano piano case tutte uguali e facendosi dare dallo stesso Stato Israeliano corrente elettrica, gas e acqua. Il rappresentante del campo profughi ci ha spiegato come lui desideri semplicemente uno Stato democratico in cui tutti siano liberi, come gli Stati europei. Per lui Israele è colonizzatore e ladro del terreno; il sogno dei profughi è tornare nella loro terra, ma è anche un obiettivo; ci diceva: gli ebrei vogliono ripopolare la loro Terra Promessa? Benissimo, ora anche noi abbiamo una Terra Promessa e la rivogliamo.
Charitas Baby Hospital è il nome dell’ospedale di Betlemme in cui chi lavora lì si prende cura principalmente di bambini palestinesi; purtroppo là riescono solo a ospitarli e ospitare le loro mamme, ma non si riescono a curare i bambini ammalati e ammalati cronici, poiché mancano le strutture adatte. Per avere una cura completa si dovrebbero mandare a ospedali israeliani come quello di Tel Aviv ma spesso il permesso non viene dato. Per questo molti bambini muoiono lì.
Questo ci è stato spiegato da una suora italiana, veneta, che è stata mandata in Terra Santa in missione e ha deciso di restarci. E’ stato davvero un incontro speciale perché oltre a spiegarci che cos’è l’ospedale ci ha detto di avere una certa fiducia nella pace lì, visto il cambiamento delle tradizioni del popolo arabo che anche lei nel suo piccolo sta cercando di ottenere; ad esempio educando le mamme a curare i propri figli anche se non primogeniti, a prendere decisioni indipendenti dai mariti, anche se dovrebbero avere il potere, a dare piccole ma fondamentali attenzioni ai figli. Ci ha anche parlato quasi personalmente alla domanda su che cosa potessimo fare noi per migliorare la situazione; ci ha detto che dobbiamo avere fiducia in noi stessi e nelle nostre scelte per cambiare e rendere migliori le persone che ci circondano; perseguire i nostri obiettivi e volere bene (chi non vuole bene non può essere considerato umano, ha detto).
Verso Gerusalemme: il check point e l’entrata nella città
Dopo questi incontri c’è stata la festa finale come ho già detto e poi la notte in terrazza. Il giorno dopo siamo partiti a piedi dal Charitas Baby Hospital per raggiungere Gerusalemme. La parte caratteristica del viaggio è stato l’attraversamento del muro e del check point… un’esperienza travolgente dato che ci siamo resi conto che cosa debbano passare i palestinesi ogni giorno, una cosa che noi abbiamo fatto una volta sola senza il rischio di essere fermati. Avere sopra di me un soldato armato su un camminamento, davanti al metal detectori di fronte a me un altro soldato con fucile in mano e vedere nel gabbiotto una soldatessa sempre armata mi ha fatto provare una sensazione di chiusura e prigionia, pensando a quello che passano i palestinesi come quelli che noi abbiamo incontrato e con cui abbiamo condiviso racconti e giocato ai loro giochi. Passato questo ostacolo abbiamo camminato lungo la superstrada ormai dentro allo Stato israeliano fino alla città di Gerusalemme: finalmente siamo entrati nella porta da dove è entrato Gesù, mi sembra quella di Giaffa. Quando poi, dopo la visita agli scavi romani e al quartiere ebraico, siamo giunti alla Maison d’Abram, complesso di Bungalow dove abbiamo dormito, abbiamo ammirato il paesaggio con la città dall’alto; ci siamo resi conto che finalmente il nostro obiettivo anche se non da soli ma soprattutto con diversi aiuti, era comunque stato raggiunto; potevamo quindi essere felici e godercelo appieno. Di faticare per quasi 9 mesi è valsa la pena assolutamente.
Inizia il turismo! E altri incontri…
A Gerusalemme, nei tre giorni passati in città, il viaggio è diventato più turistico; le visite sono state molteplici tra cui la spianata delle moschee, la chiesa della Dormizione, il Santo Sepolcro, il Getzemani (orto degli ulivi); e poi il muro del pianto, il quartiere arabo…
Molti sono stati anche gli incontri: il teologo Padre Mans, poi il Francescano custode di Terrasanta, gli scout arabi cattolici, un pastore della comunità di Bose, l’Alto commissario Onu per i rifugiati.
Con Padre Mans, uomo di una saggezza incommensurabile, abbiamo parlato della situazione politica e, in gran parte, di quella relgiiosa; dei contrasti tra le religioni e anche delle somiglianze tra i testi sacri come Bibbia seguita dagli ebrei, Nuovo Testamento e Corano. Abbiamo anche un po’ scherzato sulla situazione italiana e su cosa facesse l’Italia per la Terra Santa; abbiamo scoperto ad esempio che il “buon” Silvio ha donato alla parrocchia di Gerico dei fondi per la scuola che abbiamo visto anche noi e in cui abbiamo fatto delle attività! Da dove derivassero quei soldi lo sanno solo Gesù, Abramo e Maometto
Aneddoto tanto per rendervi conto della situazione: sentendo spari e grida avevamo paura fosse successo qualcosa di grave, ma lui ci ha rassicurato: “tranquilli, è solo un matrimonio!” ![]()
Il custode della Terrasanta è in pratica il capo dei Francescani presenti lì, storicamente ; ci ha parlato anche lui, schierandosi di più di Padre Mans, della situazione politica, sociale e religiosa, parlando anche di banalità (del tipo: puliamo i bagni del Santo Sepolcro? I frati cattolici dicono: “Sì! Fanno schifo!” Ma gli ortodossi dicono: “No! Vanno bene così!”) ma soprattutto di questioni serie.
Il pastore della comunità di Bose ci ha spiegato il ruolo di questa comunità protestante là, ma non tutti tra cui me erano proprio svegli; se proprio volete sapere di più chiedete e vi darò le info che raccoglierò da rimasugli di appunti miei o di altri ![]()
Gli scout arabi invece ci hanno stupito: hanno una sede gigantesca con sotterraneo adibito a campo giochi e una palestra gigante; numerose sale tra cui una sala computer! Inoltre ci hanno aiutato a fare la cerimonia di partenza di due nostre compagne di clan che sono appunto partite per la loro nuova strada lasciando la comunità (infatti per una notte sono sparite
Sono state con questi scout mentre noi siamo tornati alla Maison d’Abram). Ovviamente poi il viaggio di ritorno l’hanno fatto con noi!
Con questi scout abbiamo anche festeggiato in un’altra terrazza tra balli e narghilé
Abbiamo salutato il mondo orientale cenando a un ristorante armeno e siamo ripartiti, la sera del 6 agosto, lungo una notte intera in cui abbiamo compiuto il viaggio di ritorno, con interrogatori a Tel Aviv, colazione alle tre di notte e volo insonne a vedere un film sullo schermino, almeno da parte mia. Siamo arrivati a casa alle 10 di mattina, stravolti ma con tutto questo impresso nella mente, e rimane impresso ancora.
Conclusione
Aver visto realmente i luoghi in cui Gesù è vissuto mi ha fatto rendere più chiara nella mente l’immagine dei posti raccontati nel Vangelo, una notevole sensazione geografica; mi sono anche sentito vicino a Dio quando pregavo, perché celebravo veramente quel memoriale che si celebra da lontano qui… ero lì davvero. Nonostante questo non ho ricevuto un’illuminazione; soltanto migliorato qualche lato di me.
La situazione sociale là è intricatissima, ricca di contraddizioni; ognuno potrebbe aver ragione e una pace sarebbe comunque fittizia; spero che anche se i tempi fossero lunghi le due popolazioni riescano a eliminare la paura dell’altro (soprattutto gli israeliani) e a integrarsi in modo da non uccidersi l’una con l’altra chi per paura e odio, chi per credo, chi perché è stato ingiustamente occupato dall’altro.
Per quanto riguarda me, credo che l’unica cosa che posso fare sia raccontare quello che ho vissuto, quello che ho sentito dire e visto e far cambiare idea a chi dà ragione a uno dei due mettendo in ombra e in torto l’altro; là tutti avrebbero ragione e torto e forse la soluzione non sta nel rendere ragione ma nel cooperare per creare l’oasi di pace che nel suo piccolo ha creato il primo luogo che abbiamo visitato. Ringrazio tutti quelli che mi hanno supportato: i miei zii — senza i cui piccoli sostegni economici avrei dovuto lavorare più di quanto non abbia fatto; ed ero già al limite—, a tutto il clan che è stato unito il più possibile —non abbiamo sclerato così tanto dai!
—, alla pattuglia Freccia Rossa, che ha fatto conoscere al clan Nuvola Rossa questa opportunità e infine a tutte le persone incontrate là. Ringrazio anche chi ha letto questo lunghissimo post: dimostrate di essere persone interessate alla situazione e magari potreste raccontare queste cose a vostra volta a chi ne sarà interessato; questo è importante per superare anche noi i pregiudizi. Vi saluto con il saluto ebraico di augurio di pace.
Shalom!

Ciao, che bello,dev’essere stato spettacolare fare un route del genere,consigli di posti per route da proporre?…io passo in clan fra qualche mese spero di poter fare anche io un esperienza del genere(comunque complimenti per come suoni,suono anche io ma non così)..Ciao!
Ciao, sono un capo scout del gruppo Scout Mantova 4,ho lettto con particolare attenzione il resoconto della vostra Route, e siccome stiamo anche noi organizzando una route di CO.Ca in Terrasanta, sarei interessato se ti è possibile, avere notizie dettagliate sull’aspetto logistico della vostra route. Ti lascio il mio indirizzo e-mail: alessio.morelli@teaspa.it. Se mi lasci un recapito telefonico, mi farebbe piacere contattarti per uno scambio di impressioni anche con la mia Co.Ca. Ciao e buona strada
Ciao siamo due rover del Revigliasco 1 e ci stiamo informando per organizzare una route in Palestina per la branca R/S ci potresti dare alcune informazioni logistiche e/o contatti grazie